Centauro genuflesso-Pasquale Mastrogiacomo

Centauro genuflesso, 1993 terracotta cm 20
Centauro genuflesso, 1993 terracotta cm 20, Acerno

La scultura in terra cotta, di piccole dimensioni, rappresenta un Centauro in ginocchio con la testa girata e rivolta verso l’alto. Il modellato, sebbene liscio, lascia intravedere le impronte delle dita e delle mirette usate dall’artista. Il busto manca delle braccia, al loro posto si aprono dei solchi curvilinei. Sul viso, un accessorio moderno, una visiera simile a quelle indossate per la visione virtuale, intende attualizzare il significato culturale della figura mitologica.
La scultura è ispirata ai centauri danteschi che nell’Inferno colpivano con le frecce i condannati: tiranni, omicidi, predatori, devastatori, feritori, che immersi nel fiume insanguinato, il Flegetonte, pagavano per i peccati commessi in vita.
L’opera è stata creata negli anni novanta un decennio contrassegnato da omicidi eccellenti, devastazioni economico-finanziare, embarghi, guerre… che hanno oppresso con tirannia gente innocente.
Il Centauro si presenta spossato, dimesso, rassegnato. Rivolge lo sguardo in alto verso la volta celeste che si colora di rosso dal riflesso del fiume. Oramai esausto s’inginocchia, nauseato di vedere perpetuare follemente tali peccati, stanco di ferire e vedere il fiume ingrossarsi fino a tracimare. Sfinito cade in terra a supplicare la sua liberazione.
Una scultura dai tratti malinconici quasi lacrimante per il dolore. Un’implorazione di misericordia e di morte per sottrarsi al duro incarico assegnatogli.
Tanti i peccati che feriscono la coscienza individuale e nazionale e affondano nel fiume Flegetonte: parole devastanti pronunciate da politici onorati, vergognose per il loro significato assolutorio nei confronti di alcuni “amici” o circostanze politiche. Si odono risate d’imprenditori senza scrupoli che affiorano dalle acque fetide, uccidendo per la seconda volta chi è finito in tragedia, e sembrano non scandalizzare più nessuno destinate col tempo ad essere dimenticate.
Tante le parole e i concetti “omicidi” che hanno stroncato la verità: ‘guerra preventiva’, ‘interventi chirurgici’, ‘embargo’, ‘esportare la democrazia’, ‘superiorità morale della sinistra’, ‘liberismo’, ‘capitalismo’, ‘comunismo’, ‘new economy’, ‘delocalizzazione’, ‘trasferimento della produzione’, ‘libero commercio’, ‘movimento di capitali’…., hanno devastato la dignità delle persone, hanno ucciso tanti innocenti, hanno ferito la dignità d’interi popoli, parole che ora annegano con chi le ha proferite nel bollore del Flegetonte.
Un’apatia intellettuale pesa come un macigno sulla “mente” di tanti individui che vantano la loro sapienza. Un sapere che si fonda su un “titolo” esposto in bella mostra dietro una scrivania, come ostentazione e avallo di quanto affermano. Esprimono idee su temi che non conoscono, studiano le anomalie degli altri con intelligenza ma non distinguono le proprie. Impegnati a tutelare la morale e i più deboli, si fregano le mani quando c’è da trarne guadagno. Non hanno il coraggio di criticare la loro appartenenza politica e non osano mettere in discussione l'”Infallibilità” di un certo modo di pensare, solo perché discende da una storia di rivendicazioni e di lotte sicuramente giuste ma che disattendono con il loro modo di argomentare e di agire. Uccidono la verità storica con il loro discutere vacuo. Dileggiano l’interlocutore. Incedono tronfi con il loro vessillo-titolo al vento. Sbandieratori e banditori di se stessi pronti a devastare con malizia chi, rispettoso per natura, non sa come difendersi. Approfittatori e predatori, agitano la pergamena del titolo per fornire prova delle loro capacità e conoscenze. Umiliano la bellezza di una donna quasi fosse un peccato e intanto venerano immagini sacre, in cui l’idea del “bello” è esaltato con forme sublimi. Sempre sofisticati e ricercati nei modi, pur di distinguersi, e intanto feriscono, con il loro schierarsi dalla parte di un presunto bene, l’Intelligenza , la Cultura, la Fede. Non hanno reminiscenza di quello che fanno e delle loro vacue opinioni poiché solo nel “dimenticatoio” è la loro forza vitale. Persone ordinarie che posano da ‘alternativi’ del pensiero comune, del costume corrente e intanto sviliscono con arroganza un’idea di nuovo. Persone afflitte da ‘servitù intellettuale’ che feriscono la sensibilità dei giusti, di quanti, pur avendo idee nuove, non sono “titolati” e non possono esprimersi.
Il fiume sobbolle incessantemente, il bollore denso a contatto con l’aria esplode in un’infinità di odori sgradevoli, sembra non farcela a contenere tanti individui, tante parole, tanti concetti. Per questo il Centauro è rappresentato stanco ed emaciato. Solo proprio non ce la fa a reggere quel ruolo, chiede aiuto, chiede un esercito liberatorio che spazzi via ogni peccato. Per troppo tempo si è confidato nell’intelligenza , nella fede, nella cultura, nell’esemplarità è giunto il momento di lasciare il compito a chi ha “competenze specifiche” affinché non si commettano più siffatti delitti.
Il centauro  guarda il fiume e in esso il riflesso della società odierna che sembra edificata su di esso e  lentamente sprofonda nelle acque insanguinate.

 

Centaur-kneeling-Pasquale Mastrogiacomo

The earthenware sculpture, small, represents a centaur on his knees with his head turned and facing up. The model, although smooth, suggests fingerprints and tools used by the artist. The bust is missing arms, in place of open curvilinear grooves. Face, a modern accessory, a visor similar to those worn by the virtual vision, seeks to modernize the cultural meaning of the mythological figure. Continua a leggere

Conversazione-Pasquale Mastrogiacomo

Conversazione (conversation), 2004 scultura (sculpture), ceramica artistica (ceramic art), h  cm 46, Pasquale Mastrogiacomo, Acerno (SA).

Conversazione (conversation), 2004 scultura (sculpture), ceramica artistica (ceramic art), h cm 46, Pasquale Mastrogiacomo, Acerno (SA).

La scultura “Conversazione”, dallo slancio totemico, ritrae una sequenza di profili-volti contornati da uno più grande a forma di pesce.
Ad esaminarla con interesse ed inventiva sembra quasi che l’autore abbia voluto rendere tangibile una chiacchierata tra tre compagni, Lui Lei L’Altro, mentre mangiano pesce e centellinano vino.
Per udire il loro dialogo basta sistemare la scultura su un basamento, in una stanza buia e senza ornamenti, e osservarla alla luce di una candela. Seduti tranquillamente su una poltrona di pelle nera, con un buon calice di vino rosso, si potrànno scorrere con gli occhi le frasi affioranti dall’ombra vacillante e tremolante che si estende sul tramezzo. Dopo un paio di sorsi … si potrà assistere alla loro chiacchierata che avrà ad oggetto un qualsiasi motivo di tipo sociale di cui l’osservatore-uditore si farà portatore. Una reciprocità tra chi esamina e la scultura, una riflessione intrapersonale che prende vita e forma dall’ombra. Il ragionamento in tal caso, prenderà in esame la Scuola, argomento delicatissimo per eccellenza. La conversazione appare da subito poco chiara, millantatoria, a tratti professorale. A esprimersi sono tre insegnanti, Lui Lei L’Altro, che parlano di tutto: dalle riforme, al dispendio di denaro, ai tagli del personale. Deplorano qualsiasi cosa: dalla scarsità di deontologia al poco impegno dei docenti nella didattica. Una discussione che non farebbe una grinza se non fosse per l’irrazionalità dei tre compari che poco o nulla realizzano, se non saziarsi, per contrastare la grande quantità di denaro che arriva nella Scuola attraverso PON e progetti vari, a discapito della didattica curriculare.
Imputano ai soli governi di destra il dissesto della scuola (inutile leggere i dati Pisa OCSE… come pure inutile capire altri sistemi scolastici della Cina e dell‘India …) senza nulla addebitare a quelli di sinistra che dell’autonomia-riforma hanno preteso la responsabilità con superbia. La discussione è a tratti appassionata, condotta con foga e con intenti moralizzatori. I tre compari sono gli stessi che accentrano le attività progettuali di una scuola amministrando ogni cosa… dal calcinaccio ai progetti! Una privativa delle risorse finanziarie giustificata per il bene della Scuola. La discussione è pazzesca, onirica, sembra quasi di partecipare alla messinscena della morale. Una conversazione ben combinata e allietata da portate gustosissime.
Meglio gustare un altro po’ di vino!
Neppure Uno che parli di come far fronte all’abbandono in cui versano alcune scuole che da anni pagano l’affitto ogni mese. Neppure Uno che dica di come molti progetti realizzati negli anni non abbiano nemmeno arricchito la sede scolastica. Neppure Uno che abbia preso a cuore il vero compito della Scuola: formare anzitutto dei cittadini rispettosi delle regole e del prossimo, prima ancora di operai specializzati o i futuri medici, avvocati, dirigenti politici… A riguardo è meglio evitare riferimenti alla “fine del lavoro” per la concorrenza orientale ed est europea…, meglio evitare riferimenti alla qualità dei prodotti industriali… , alla creatività come rimedio al dumping del lavoro a quello ambientale a quello dei diritti …., ma questo è un altro dialogo che sarà trattato in un’altra conversazione altrettanto allucinante, per il momento seguiamo l’ombra che parla.
… Si sorseggia ancora un po’ mentre gli occhi sono messi a dura prova dal tetro dialogo.
Comunicano Lui, Lei, L’Altro, parole in libertà, riparati dalla loro rappresentanza sindacale fanno il bello e cattivo tempo. Intanto propongono progetti complementari al curriculare mentre mancano i soldi per le fotocopie…. Continuano a parlare senza nessun disagio anzi si sentono dei dotti mentre i loro grugni, di grilliana memoria, li vedi ovunque, in ogni azione. Individui sfuggenti che scivolano e strisciano tra articoli e commi di leggi, a volte senza senso. Il dialogo continua senza che i chiacchieranti si mettano mai in questione, certi di essere dalla parte del giusto e nel frattempo la considerazione sulla Scuola scema in appetenze di una parte e dell’altra.
Il calice di vino è finito. Una gocciola sdrucciola piano piano e pietosamente verso il fondo del bicchiere. La candela affanna, e intanto, un filato di fumo nerastro, smorza l’estremo barlume. Il buio torna silente nella camera e il dialogo si chiude.
Al termine di questa critica un po’ fantastica si può invece ribadire che la discussione dei tre, Lui Lei L’Altro, non può essere presa in analisi per esaminare lo stato di salute della Scuola Italiana, sarebbe soltanto superbia da principiante, essendo puramente inventata non può considerarsi rappresentativa. E’ unicamente uno sfogo, un modo per fuggire da un’ istituzione che opera diligentemente con monotonia…. Certi di essere più aderenti alla realtà si può invece asserire che la Scuola figura ai primi posti in Europa e nel mondo…., che molti dei soldi destinati ai progetti sono spesi bene…, che nessuno si dedica alla progettualità formativa con venalità…..
La scultura quindi vuole essere un totem a difesa dell’efficienza o del “tutto funziona” ed esorcizzare critiche negative che vogliono minare alle fondamenta la Scuola.

 

 Conversation-Pasquale Mastrogiacomo

The sculpture “Conversation”, with momentum totemic, depicts a sequence-profile faces surrounded by a larger fish-shaped.
To examine it with interest and inventiveness seems that the author wanted to make tangible a chat with three companions, He She The Other, while eating fish and sipping wine.
To hear their dialogue, simply place the sculpture on a pedestal, in a dark room and without ornaments, and observe the light of a candle. Sitting quietly in a chair in black leather, with a good glass of red wine, you can scroll through the eyes phrases emerging from the shaky and jittery shadows that extends over the partition. After a few sips … you can attend to their conversation that will be for one reason or another type of society of which the observer will be a carrier hearing officer. Reciprocity Continua a leggere

Uomo rapito dal proprio passato-Pasquale Mastrogiacomo

Uomo-rapito-dal-proprio-passato-1994-terracotta-h-27-cm

Uomo rapito dal proprio passato 1994 terracotta h 27 cm, Pasquale Mastrogiacomo, Acerno

La scultura in terracotta raffigura un uomo accomodato su un tronco reciso che volgendosi indietro viene attratto dal turbine del proprio trascorso. Le tracce del vortice si evidenziano sul viso e sul corpo in mutamento.
L’opera, un “congegno-visivo”, invita lo spettatore a muoversi nel passato della propria vita e nel comune passato storico-sociale in modo da arricchire un presente sempre più immiserito culturalmente.
La scultura, che può definirsi autobiografica, riproduce l’uomo che osserva e medita sul proprio passato, e nel caso dell’Autore sulla propria fanciullezza vissuta con felice abbandono tra le montagne di Acerno, un paese immerso nel verde rigoglioso dei monti picentini.
L’opera rimanda ad una memoria lontana che si perde nei momenti e nei giorni trascorsi ad Acerno. L’artista ha voluto ripercorrere, nel profilo sinuoso della scultura, che pare rifare il contorno dei monti che circondano il paese, il proprio vissuto ritornando ai giorni gioiosi passati tra le viuzze e le mulattiere.
Un atto di ossequio a un luogo incantevole che negli ultimi anni sta vivendo una forte crisi culturale da cui non riesce ad affiorare.
Il colore caldo della terracotta ricorda il calore della sua terra.
Dialogando con l’artista, dell’opera e del suo contenuto, si percepisce subito l’orgoglio di chi rivendica con interesse la propria appartenenza culturale e sociale. La scultura è l”esaltazione di un passato che sembra non rivivere più nelle nuove generazioni, un passato fatto di giochi da strada che rafforzavano il vivere comune, passatempi dal gusto rinascimentale che ricordano quelli rappresentati da Pieter Bruegel il Vecchio nel quadro “Giochi infantili”, e che rinvigorivano antichi sentimenti di solidarietà, fratellanza, amicizia.
Sentimenti che in età adulta si sono poi mutati in personalismi ottusi, smarriti in una foresta di diversi impulsi tra loro conflagranti. L’innocenza di un bambino che crescendo si infrange in una esistenza multiforme in cui l’amicizia diventa invidia, la fratellanza diventa competizione demolitrice, la solidarietà egoismo.
Le pieghe della scultura, che conferiscono all’opera uno slancio proiettivo nel passato, diventano per l’autore dei ripari, dei luoghi di memoria e di meditazione in cui rifugiarsi nei momenti di rievocazione onirica. Simbolicamente vogliono ricordare quei valloni in cui da bambino si recava per cercare i funghi, i tartufi e la legna da ardere. Una scultura con una forte energia contemplativa che suggestiona l’osservatore, proiettandolo inevitabilmente nei pensieri più intimi della propria mente. 

Man kidnapped from their past


The earthenware sculpture depicts a man sat on a stump cut that looking back is attracted by the whirlwind of his past. Traces of the vortex show on the face and body changing.
The work, a “device-visual,” invites the viewer to move into the past of his own life, and a common socio-historical past in order to enrich this increasingly culturally impoverished.
The sculpture, which can be called autobiographical, plays the man Continua a leggere

Tempio dell’Occulto-Pasquale Mastrogiacomo

Tempio dell'occulto, 2004 ceramica h.cm 33
Tempio dell’occulto, 2004 ceramica h.cm 33

La scultura raffigura un mezzo-busto, con la testa di gufo, in camicia e cravatta. L’opera è concepita come un tempio a navata unica che si sviluppa in senso trasversale rispetto al riguardante.
L’entrata si trova sul prospetto laterale sinistro mentre la facciata principale assume le fattezze del rapace notturno.
Il mezzo busto è animato da monofore a grandezza scalare che si dispongono ai lati del contrafforte centrale a forma di cravatta.
Dal tamburo-colletto emerge la grande cupola-testa contrappuntata da feritoie e rosoni.
Al vertice della cupola due ciuffi di penne erettili come sfiati per l’areazione.
Una scultura-costruzione, dedicata a coloro che mettono in pratica rituali scaramantici, riti ammalianti e forme di magia in senso lato, nella quale trovano ospitalità, come nell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco, indovini, simoniaci, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari. Un edificio per quanti nell’occulto hanno generato il proprio benessere, la propria importanza, la propria potenza. Una meta di pellegrinaggio per maghi della politica, della finanza, dell’intellighenzia, per intellettualoidi che interrogano del proprio fatturato sacerdoti-indovini addobbati di un lusso accecante.
Sulla spalla destra del gufo-tempio è posto uno zucchetto rosso a simboleggiare la coesistenza nell’assemblea di una vocazione sacrale e profana.
All’interno, ai lati della navata si dispongono piccole cappelle celebrative dedicate a piromanti, cartomanti, figuri di ogni specie con giacca e cravatta: veri conoscitori dell’occulto. Uomini che con carta e penna presagiscono il futuro di milioni di persone. Sacerdoti specializzati in “numerologia” che in crogioli fumanti rimestano infiniti numeri, infinite formule con cui “intossicare” economie di mezzo mondo e gettare sul lastrico milioni di persone incredule di così tanta “scientificità magica”.
Consiglieri di inganni che, “alambiccando”, “producono” opinioni, da somministrare alla gente per muoverla come fantocci o androidi, frasi, concetti, parole, calibrate e divulgate magicamente, capaci di suggestionare il discernimento degli uomini e di abbarbicarsi come edera per offuscarne la volontà, la riflessione ed ogni pensiero libero.
All’interno variati lezzi si impastano e impregnano l’ambiente completamente spoglio, privo di decorazioni e arredi, l’odore putrido che si diffonde è come afrodisiaco che scatena l’istinto predatorio di chi si reca ad idolatrare l’Occulto. Gente avida di potere e di denaro che gremiscono il tempio, esercitano la “magia” per soggiogare chi inconsapevolmente si fida dei loro consigli.
Lungo le cappelle si scorgono eleganti devoti, stanti, che colloquiano con eccentrici stregoni, prendono appunti, ristudiano contratti, rimuovono parole: persone di ogni sorta e di ogni estrazione diabolica.
In fondo alla navata si distingue un’imperiosa scrivania dove siede il Gran Maestro. Una specie di altare da cui catechizzare, rischiarato dalla luce, di colore amaranto, filtrata dallo zucchetto. Su di essa poche suppellettili: una penna stilografica, un foglio di carta intestata e un voluminoso “codice deontologico”.
L’altare è collocato su un catafalco funebre simbolo di devastanti presagi di morte.

 

Temple-Occult Pasquale Mastrogiacomo

The sculpture represents a half-bust, head of an owl in shirt and tie. The work is conceived as a single-nave church which develops in the transverse than the observer.
The entrance is on the left side elevation while the main facade takes on the features of the raptor.
The half-body is animated by a single light scalar that stand on either side of the central buttress shaped tie.
From drum-collar shows the large dome-head counterpoint loopholes Continua a leggere

Grido disperato-Pasquale Mastrogiacomo

Un grido disperato

Grido disperato, 1997 terracotta h.cm 19

L’opera raffigura un uomo seduto con le gambe incrociate, la testa reclinata, la bocca strepitante, le braccia distese lungo il corpo e ben aggrappate per placare un impeto interiore di sollevazione che ne torce la forma.
Le gambe fuse, a forma di puleggia, in contrasto alla fissità delle braccia, attribuiscono all’opera una tensione e un dinamismo che coinvolgono l’osservatore in una serie di interrogativi riguardanti la propria esistenza, e in generale l’agire umano.
Il tumulto che stravolge l’interiorità dell’uomo è quello della coscienza sempre più disgiunta dalla ragione e dalla condotta.
Il grido messo in risalto dalla bocca spalancata è un grido di sfogo, di espiazione, un rodio vorticoso incoercibile e devastante che l’uomo proprio non riesce ad esternare. Una persistenza punitiva, dimostrativa, un richiamo alla consapevolezza e alla ragione, un ammonimento all’estraniazione e alla mediocrità. Non un moto moralizzatore, piuttosto una nemesi, un dimenio purificatorio, uno sconvolgimento illuminante che vuole richiamare l’interesse sulla scelleratezza dell’alienazione umana.

 

Desperate cry-Pasquale Mastrogiacomo

The work depicts a man sitting with his legs crossed, head tilted, mouth whooping, arms stretched along the body and well clinging to quell a surge of inner uprising that twists the form.
The legs fused, shaped pulley, in contrast to the rigidity of the arms, give the work a tension and dynamism that involve the viewer in a series of questions regarding its existence, and Continua a leggere

L’urlo della coscienza-Pasquale Mastrogiacomo

L'urlo della coscienza, 1997 terracotta h.cm 20, Pasquale Mastrogiacomo, Acerno(SA)

L’urlo della coscienza, 1997 terracotta h.cm 20, Pasquale Mastrogiacomo,Acerno(SA)

L’urlo della coscienza fa parte di una trilogia che ha proprio in tale soggetto la sua massima rappresentazione formale.
L’opera è incentrata sui “moti della coscienza”, sulle scosse telluriche che occasionalmente percorrono il corpo dell’uomo agitandone in profondità il tessuto cellulare.
Come nella scultura “Grido disperato” la forma è stilizzata, essenziale nei tratti. Il richiamo a pezzi meccanici (puleggia), indicato da un’incavatura simile a un solco, impresso all’altezza del ginocchio e proseguito lungo il corpo ondularmente, suggerisce il ” moto continuo”, l’elettroencefalogramma della coscienza. Se nella prima scultura il grido in qualche modo allenta la tensione “ribelle”, in questa il tentativo di sobillazione sembra ondeggiare come il vino in un calice agitato dalla mano di un prete.
Ciò che colpisce è la cavità toracica che si deforma e si spalanca quasi fosse l’anima a gridare. Il volto inespressivo, con il capo inclinato, sembra non coinvolto, distaccato e lontano da quanto agita il corpo. L’Intelletto appare rassegnato e distante dal proprio turbamento, come se anima, corpo e cervello fossero tre “componenti” distinte che agiscono in maniera schizzofrenogena.
La quiete che subentra lentamente, ingiunta dall’ignavia, vince il moto di ribellione che fatalmente sopraggiunge, come musica orfica, scuotendo le viscere e percorrendo tumultuosamente il corpo: il solo modo per domarlo è chiudersi ermeticamente, asserragliare la coscienza recalcitrante e lasciare che i sobbalzi superbi ritornino a sonnecchiare, a russare, per poi demandare all’intelligenza ogni azione, ogni agire, ogni verbo.
L’autore vuole rappresentare e rendere visibili, attraverso “i moti della coscienza” l’assenza della volontà rispetto a comportamenti incongruenti con quanto proferito e solennemente canonizzato. L’intenzione è scuotere, a volte provocatoriamente, la coscienza degli uomini invischiati in uno stato di servaggio senza fine, di schiavitù morale; nonché insinuare, attraverso un dinamismo esistenziale fatto di turbamento e inquietudine, il dubbio in ciò che convenzionalmente è definita “morale”, cui spesso non segue una devota dedizione ma soltanto disattese schizofreniche.
La postura del soggetto ricorda quella degli asceti buddisti che praticano la meditazione per raggiungere l’armonia dei sensi, la pace interiore, una sorta di pratica espiatoria dalla sofferenza, ma se questi hanno forme di credenze non monoteistiche, e in tal caso l'”egoismo” esercitato nella meditazione non ha pretese dogmatiche o di conversioni coercitive, nell’uomo, dalle fattezze occidentali, rinchiuso nella forma scultorea, espressione traslata delle mostruosità che si agitano nei recessi più oscuri dell’anima, l’egoismo, dissimulato da pratiche religiose e da pratiche morali, irreprensibili nell’ostentazione, diventa sconquassante e imbrigliabile, salvo che, l’individuo non sia convinto di agire “biblicamente”, guidato da un’entità soprannaturale.

 

 The scream of consciousness-Pasquale Mastrogiacomo

The scream of consciousness is part of a trilogy that has precisely this subject its highest formal representation.
The work focuses on the “troubles” of consciousness, the earthquakes that occasionally cross the man’s body shaking in depth the cellular tissue.
As in the sculpture “desperate cry” is a Continua a leggere