L'urlo della coscienza, 1997 terracotta h.cm 20, Pasquale Mastrogiacomo,Acerno(SA)
L'urlo della coscienza, 1997 terracotta h.cm 20, Pasquale Mastrogiacomo, Acerno(SA)
L’urlo della coscienza, 1997 terracotta h.cm 20, Pasquale Mastrogiacomo,Acerno(SA)

L’urlo della coscienza fa parte di una trilogia che ha proprio in tale soggetto la sua massima rappresentazione formale.
L’opera è incentrata sui “moti della coscienza”, sulle scosse telluriche che occasionalmente percorrono il corpo dell’uomo agitandone in profondità il tessuto cellulare.
Come nella scultura “Grido disperato” la forma è stilizzata, essenziale nei tratti. Il richiamo a pezzi meccanici (puleggia), indicato da un’incavatura simile a un solco, impresso all’altezza del ginocchio e proseguito lungo il corpo ondularmente, suggerisce il ” moto continuo”, l’elettroencefalogramma della coscienza. Se nella prima scultura il grido in qualche modo allenta la tensione “ribelle”, in questa il tentativo di sobillazione sembra ondeggiare come il vino in un calice agitato dalla mano di un prete.
Ciò che colpisce è la cavità toracica che si deforma e si spalanca quasi fosse l’anima a gridare. Il volto inespressivo, con il capo inclinato, sembra non coinvolto, distaccato e lontano da quanto agita il corpo. L’Intelletto appare rassegnato e distante dal proprio turbamento, come se anima, corpo e cervello fossero tre “componenti” distinte che agiscono in maniera schizzofrenogena.
La quiete che subentra lentamente, ingiunta dall’ignavia, vince il moto di ribellione che fatalmente sopraggiunge, come musica orfica, scuotendo le viscere e percorrendo tumultuosamente il corpo: il solo modo per domarlo è chiudersi ermeticamente, asserragliare la coscienza recalcitrante e lasciare che i sobbalzi superbi ritornino a sonnecchiare, a russare, per poi demandare all’intelligenza ogni azione, ogni agire, ogni verbo.
L’autore vuole rappresentare e rendere visibili, attraverso “i moti della coscienza” l’assenza della volontà rispetto a comportamenti incongruenti con quanto proferito e solennemente canonizzato. L’intenzione è scuotere, a volte provocatoriamente, la coscienza degli uomini invischiati in uno stato di servaggio senza fine, di schiavitù morale; nonché insinuare, attraverso un dinamismo esistenziale fatto di turbamento e inquietudine, il dubbio in ciò che convenzionalmente è definita “morale”, cui spesso non segue una devota dedizione ma soltanto disattese schizofreniche.
La postura del soggetto ricorda quella degli asceti buddisti che praticano la meditazione per raggiungere l’armonia dei sensi, la pace interiore, una sorta di pratica espiatoria dalla sofferenza, ma se questi hanno forme di credenze non monoteistiche, e in tal caso l'”egoismo” esercitato nella meditazione non ha pretese dogmatiche o di conversioni coercitive, nell’uomo, dalle fattezze occidentali, rinchiuso nella forma scultorea, espressione traslata delle mostruosità che si agitano nei recessi più oscuri dell’anima, l’egoismo, dissimulato da pratiche religiose e da pratiche morali, irreprensibili nell’ostentazione, diventa sconquassante e imbrigliabile, salvo che, l’individuo non sia convinto di agire “biblicamente”, guidato da un’entità soprannaturale.

  The scream of consciousness-Pasquale Mastrogiacomo

The scream of consciousness is part of a trilogy that has precisely this subject its highest formal representation.
The work focuses on the “troubles” of consciousness, the earthquakes that occasionally cross the man’s body shaking in depth the cellular tissue.
As in the sculpture “desperate cry” is a stylized form, the essential traits. The reference to machine parts (pulley), indicated by depression like a groove, impressed at the knee and continued along the body shaped, suggesting the “continuous motion”, the eeg of consciousness. If the first sculpture cry somehow loosen the tension “rebel” in this rabble-rousing attempt to sway seems like wine in a cup upset at the hands of a priest.
What is striking is the chest cavity which deforms and opens the soul was almost shouting. His face expressionless, his head inclined, seems uninvolved, detached and distant from the body shakes. Intellect seems resigned, distant from their confusion, as if soul, body and brain were three “components” which act schizophrenic distinct.
The quiet that slowly takes over, ordered from indolence wins the movement of rebellion that inevitably occurs as Orphic music, shaking the bowels and tumultuously along the body: the only way to tame it is hermetically closed, barricaded the conscience and let the recalcitrant superb jolting return to slumber, snoring, then leave it to the intelligence every action, every act, every word.
The author wishes to represent and make visible, through “the motions of conscience” lack of will than conduct inconsistent with the spoken and solemnly canonized. The intention is to shake, sometimes provocatively, the consciousness of men caught in an endless state of servitude, slave morality, and suggest, through a dynamic of existential anxiety and uneasiness, the doubt in what is conventionally called “moral “, which often follows a devout dedication but only disregarded schizophrenic.
The posture of the subject is reminiscent of the ascetic Buddhists who practice meditation to attain harmony of meaning, inner peace, a sort of practice expiatory suffering, but if these are forms of non-monotheistic beliefs, in which case the “selfishness” has not practiced meditation or dogmatic claims of coercive conversions, man, from Western features, encased in sculptural form, an expression translated monstrosity of that move in the darkest recesses of the soul, selfishness, disguised by religious practices and moral practices, blameless ostentation, becomes devastating and harness, except that the individual is believed to act “biblically” and guided by the supernatural entity.

 

 

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